Rivista dell'Università in Movimento
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L'ingresso nel labirinto. L'università del numero chiuso
Insegnare / Ricercare - Analisi
Libero Sesti Osséo    20.05.11

ingressoL’istituzione del numero chiuso in Italia

L’inizio dell’accesso selettivo all’università risale alla fine degli anni Ottanta, allorché alcuni atenei decisero di limitare, con decreto rettorale, il numero di immatricolati in determinate facoltà. Di lì a qualche anno (1997), il Ministro Zecchino, considerato l'elevato numero di studenti che aspiravano ad intraprendere la carriera medico-sanitaria, istituì con decreto ministeriale il numero chiuso nazionale. Sia i decreti rettorali che quelli ministeriali si dimostrarono inefficaci: il numero chiuso fu infatti considerato incostituzionale ed i tribunali amministrativi regionali (TAR) accolsero i ricorsi avversi. Poco tempo dopo, però, il principio del numero chiuso trovò una sua legittimazione, con una nota sentenza della Corte Costituzionale (la n. 383 del 1998). In sentenza si precisava che «i criteri di accesso all'università, e dunque anche la previsione del numerus clausus, non possono legittimamente risalire ad altre fonti, diverse da quella legislativa», mentre per la disciplina del numero delle iscrizioni ai corsi universitari si rinviava alle norme comunitarie, in assenza di un quadro organicamente predisposto dal legislatore nazionale. Sulla base di detta sentenza, sotto il governo D'Alema e col Ministro Zecchino, fu promulgata la legge n. 264/1999 intitolata Norme in materia di accessi ai corsi universitari, che dispose la programmazione a livello nazionale e la possibilità di programmare il numero degli iscritti a livello locale ove ricorrano specifiche situazioni indicate nell’art. 2 della stessa legge. La legge 264/1999 rende possibile il numero chiuso parametrandolo a specifiche esigenze formative (posti nelle aule, attrezzature e laboratori scientifici per la didattica, personale docente, personale tecnico, servizi di assistenza e tutorato, numero dei tirocini attivabili e dei posti disponibili nei laboratori, ecc.). Dal 1999 l’istituzione del numero chiuso per l’accesso all’università è entrato nella comune esperienza, soprattutto in quella degli studenti.

 

L’ingresso nel labirinto del numero chiuso

Gli esami non finiscono mai. L'aria da liceali ancora addosso, a diciannove anni, appena sostenuti gli esami di maturità, gli studenti si trovano di fronte un'università sconosciuta, caotica e ostile. Ed eccoli di nuovo sui banchi a cimentarsi con lo sbarramento rappresentato dalle prove d’accesso. Le cifre a riguardo fanno impressione. Secondo un’inchiesta del «Ilsole24ore» circa 39 studenti sui 100 immatricolatisi all’università nel 2009 sono riusciti a scavalcare il muro dei test d’accesso. Ci avevano provato in 104. Più nel dettaglio, 17 studenti su 100 sono stati selezionati per le facoltà (medicina, odontoiatria, veterinaria, architettura e ingegneria civile, scienze della formazione primaria) a numero chiuso nazionale, derivante da vincolo europeo, ratificato dalla legge n.264/1999. Per questi 17 studenti il futuro è in gran parte deciso in un sol giorno: non sta più nel conseguimento della laurea, magari con lode, ma nel superamento del test d’accesso per il passaggio nella cruna dell'ago delle facoltà "riservate ai migliori". Secondo la stessa inchiesta, altri 22 studenti su 100 hanno superato un altro muro, eretto questa volta dagli atenei con l’istituzione del numero chiuso a livello locale. Dal primo anno di applicazione dei corsi a numero chiuso, e cioè dal 2000-2001 al 2005-2006 vi è stato un incremento di numero dei corsi di laurea a numero chiuso pari ad oltre il 500%. Tale percentuale è stata fornita in un’interpellanza parlamentare del 2007.

«Col sistema attuale di accesso universitario, i figli degli operai sono esclusi dal sapere». Sono parole di Fabio Mussi, in carica come ministro dell’università e della ricerca (Annozero, 3 maggio 2007). Tale dichiarazione, fatta da un membro del governo che ha giurato sulla Costituzione italiana, è sorprendente. Sarà stata forse la semplice constatazione di uno stato di fatto, ma è evidente e diretto il riferimento al mancato diritto all’istruzione garantito costituzionalmente. Qualche tempo prima, partendo dalla considerazione che ogni anno la programmazione degli accessi ingenera preoccupazioni e ansie immotivate nelle famiglie e negli studenti, lo stesso ministro evidenziò, in una nota ai Rettori delle Università italiane del marzo 2007, che l’abuso del numero chiuso deciso negli atenei localmente è una ingiustificata limitazione del diritto allo studio (garantito dal famoso art. 34 della Costituzione) e chiese:

di dar conto delle ragioni per cui è stata disposta, in determinati corsi di laurea, la programmazione a livello locale. Dalla rilevazione effettuata il cosiddetto "numero chiuso" risulta previsto per un numero di corsi che oltre ad apparire eccessivo, suscita perplessità quanto alla sua giustificazione.

La programmazione con numero chiuso locale è di certo disorientante per studenti e famiglie, che constatano nei vari atenei italiani difformità di accesso nelle medesime facoltà. Il numero chiuso stabilito localmente sembra essere infine particolarmente iniquo, visto che gli studenti non si presenteranno al mondo del lavoro su base programmata e in numero ridotto, ma si troveranno invece a concorrere sullo stesso piano con i colleghi di altri atenei provenienti dalle facoltà ad accesso libero. Rimostranze ministeriali e buon senso a parte, resta però il fatto che anche dal 2007 ad oggi continuano ad aumentare il numero di facoltà con accesso a numero chiuso.

Nell’anno accademico 2008/09, ben 39 immatricolati su 100 si sono collocati in facoltà a numero chiuso, dopo aver affrontato uno o più prove di accesso. Ma cosa ne è stato degli altri 61 immatricolati? Quasi tutti gli immatricolati si sono sottoposti ad almeno un altro test di accesso (ognuno ha affrontato in media 1,44 prove di ammissione). Moltissimi di questi 61 studenti, avendo affrontato in precedenza e senza successo i test di facoltà a numero chiuso, sono infine entrati all’università ripiegando verso facoltà ad accesso libero. Un altro gruppo di studenti invece ha liberamente scelto quelle facoltà ad accesso libero verso cui si sentiva maggiormente incline. Il risultato di questi “movimenti” tuttavia è che le facoltà ad accesso libero, senza peraltro averne alcun particolare demerito, si sono ritrovate nel sentire comune declassate rispetto alle cosiddette facoltà “difficili” riservate ai “migliori”. Forse anche per questo, tra i 61 su 100 immatricolati, circa 40 studenti sono stati sottoposti ad un’ulteriore prova di valutazione, obbligatoria ma non selettiva, che talune facoltà ad accesso libero hanno imposto ai propri iscritti per saggiarne attitudini e prerequisiti. Considerata la necessità di preiscrizione alle prove (che è obbligatoria e valida a livello locale) e la necessità di garantirsi una seconda possibilità di iscrizione ad altre facoltà, l’ingresso degli studenti all’università appare incerto e complesso. La porta d’accesso al loro futuro si configura come l’entrata in un labirinto un po’ angoscioso e respingente.

 

Numero chiuso, una pratica necessaria?

Il numero chiuso è stato dunque introdotto in Italia soprattutto per controllare l’alto numero di iscrizioni nella facoltà di medicina, ma poi è stato reso di più generale applicazione in ambito legislativo. Come si è visto, l’applicazione del numero chiuso nei singoli atenei è in forte espansione e nella giustificazione oggi maggiormente in voga, sembra essere considerato come uno strumento essenziale per garantire un livello di formazione dei laureati degno degli standard europei. Il test per l’accesso all’iscrizione è una pratica che risulta diffusa su tutto il territorio nazionale, come testimonia anche la figura che segue, in cui si mostra, per l’anno accademico 2008-09, il numero di immatricolati in facoltà a numero chiuso e ad accesso libero nelle prime venti università italiane per numero di iscritti.

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In Italia si è deciso, in realtà, di puntare sul numero chiuso anche sulla base di altre spinte, non ultime quelle corporative. Nessuna direttiva europea richiede né tantomeno accenna al numero chiuso. L’Europa richiede semplicemente che i laureati abbiano un alto livello di preparazione. In Francia, un paese che per tutti i parametri è in linea con quanto richiesto dall’UE, il numero chiuso non esiste e vengono utilizzati altri metodi. Per le matricole del corso di medicina, ad esempio, l’alto livello di preparazione dei laureati è ottenuto mantenendo in formazione solo gli studenti in grado di terminare il primo anno avendo sostenuto tutti gli esami previsti.

Pertanto, se davvero, alla base delle scelte in materia di accesso all’università, vi fosse un intento “europeista”, le scelte italiane sarebbero diverse. Obiettivo strategico europeo (dichiarato a Lisbona) è infatti di fare dell’Europa il contesto più evoluto e colto al mondo. Sotto questo aspetto, l’Italia è chiamata ad incrementare la media culturale dei suoi cittadini. Ed invece, stando alle statistiche di Eurostat nel 2007, in Italia abbiamo pochi laureati rispetto alla media europea: i laureati sono circa 19 su 100 cittadini della fascia d’età tra i 30 ed i 34 anni, contro i 30 della media europea e gli oltre 40 di Francia, Norvegia e Finlandia. Nella figura che segue si riporta, oltre alla media dell’Europa a 27 nazioni, qualche esempio delle percentuali di laureati in alcune nazioni europee.

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Selezione di dati tratta da Eurostat, http://www.eurydice.org

Questi dati, pur recentemente pubblicati, si riferiscono a laureati di 8-12 anni fa e tengono poco in conto l’incremento dei laureati prodotto dalla riforma universitaria della didattica, nota come 3+2, per le quali non ci sono statistiche dirette disponibili. Secondo stime qui effettuate elaborando dati di provenienza degli istituti di statistica Eurostat, Istat e Miur (di cui qualche dettaglio è riportato nella note bibliografiche) con la riforma l’Italia si avvicinerebbe alle percentuali dei tedeschi, rimanendo comunque ben al di sotto del 30% che è la media dell’Europa a 27 nazioni. Tutto ciò avviene in un contesto di forte calo demografico, che riduce anche il numero di giovani. Secondo l’Istat, negli ultimi 25 anni, la classe dei diciannovenni è infatti diminuita del 43%; anche alla luce di ciò, i diplomati di oggi, in Italia, sono un “bene scarso” da coltivare e sostenere. Stando alle cifre, il ridotto numero di laureati rispetto alla media europea dovrebbe preoccupare e bisognerebbe aumentarlo, facilitando l’accesso all’università. Invece non appare così: l’incremento dell’offerta formativa a numero chiuso ha, come rovescio della medaglia, la riduzione dell’offerta formativa complessiva. L’istogramma che segue mostra infatti gli immatricolati a corsi universitari per 100 diplomati in funzione dell’anno d’immatricolazione. È evidente che la percentuale di immatricolati è significativamente decrescente negli anni più recenti e ciò è concomitante con la riduzione dell’offerta di formazione ad accesso libero. Anche se questa correlazione non dimostra da sola un rapporto certo di causa-effetto, l’incrementata difficoltà all’accesso all’università è di sicuro un parametro non trascurabile.

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Fonte: Istat www.Istat.it

Ed infatti, per citare proprio l’esempio della facoltà di medicina, che ha veicolato in Italia l’introduzione del numero chiuso, le previsioni per i prossimi anni sono le seguenti: si giungerà ad assumere uno specialista ogni quattro pensionandi, ma già nell’anno in corso ben 11 milioni di italiani rischiano di dover fare a meno del medico di famiglia. Il futuro prossimo potrebbe essere quello dei dottori d’importazione. Ecco perché l’applicazione così estensiva del numero chiuso sembra, sotto tutti questi aspetti, non utile ed anzi paradossalmente dannosa.

 

A cosa serve il numero chiuso?

Tra i più ferventi sostenitori del numero chiuso vi sono coloro che difendono la causa della “buona preparazione” e del corretto funzionamento del “sistema”. Sintetizzando le tesi di un loro rappresentante (leggibili integralmente nel documento Numero chiuso nemico o amico), le prove di accesso preparerebbero a conseguire gli standard di formazione dell’Unione Europea, ad alzare la qualità della formazione, a ridurre gli abbandoni e il numero di studenti inattivi, ad aumentare il tasso di successo negli studi, a migliorare l’efficienza delle università e a ridurne i costi sociali, a migliorare le prospettive occupazionali, a favorire la mobilità sociale e ad aumentare la competitività delle università. Molti di questi obiettivi sono medaglie coi loro rovesci e quindi soggetti a possibili smentite. Per brevità solleverò solo alcune domande: davvero il numero chiuso laddove istituito ha permesso di alzare la qualità della formazione? I nostri medici, ad esempio, sono più bravi dei medici dei nostri nonni? Siamo sicuri che la riduzione del tasso di abbandono degli studi, la competizione tra le università ed il loro efficientismo formativo portino direttamente ad un miglioramento della qualità della formazione? Tra gli obiettivi dichiarati dei fautori del numero chiuso ve ne sono poi alcuni che paiono davvero in contraddizione con l’istituzione del numero chiuso stesso: ridurre i costi sociali degli atenei, migliorare le prospettive occupazionali, favorire la mobilità sociale, sono obiettivi coerenti con una politica di restrizione degli accessi all’università?

Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, l'osservatorio-repertorio delle carriere dei laureati italiani, in una intervista nel 2009, ha sostenuto:

c'è troppa enfasi sul test d'ingresso, come se fosse l'unico muro da scavalcare. No: quello vero sta dopo la laurea. Non serve selezionare le intelligenze se il sistema produttivo non le sa utilizzare. Unioncamere prevede che quest'anno il paese assorbirà solo 16.210 ingegneri, diecimila meno del 2008. Ma noi ne sforneremo 36 mila. Vuol dire che spendiamo per formare cervelli da regalare all'estero.

Queste tesi pongono seri interrogativi. Come mai l’Italia, che ha pochi laureati, non è in grado di utilizzarli al meglio nel mondo del lavoro? Perché servono così pochi ingegneri? Ed in questo quadro a che cosa è funzionale il numero chiuso? A riprodurre gli attuali assetti della società? O soltanto a scaricare sui giovani l’inadeguatezza di una politica e di un sistema produttivo vetusti?

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NOTA BIBLIOGRAFICA

Il dato sulla crescita dei corsi di studio è tratto dalla risposta del Ministro Mussi all’interpellanza urgente dei deputati di Forza Italia, Aula di Montecitorio, 20 settembre 2007 (Risposta Mussi interpellanza)

La legge 2 agosto 1999 n. 264, Norme in materia di accessi ai corsi universitari è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 6 agosto 1999 n.183. Il testo della legge è reperibile sul collegamento che segue: Testo-legge-264-1999

Le tabelle sui dati delle immatricolazioni a numero chiuso nelle università Italiane elaborata da «Ilsole24ore» è reperibile sul sito del giornale: Ilsole24ore-inchiesta-numeri-chiusi

La nota integrale ai Rettori del Ministro Mussi può essere reperita qui: testo-nota-Mussi

I dati sulla media dei laureati nella fascia d’età tra i 30 ed i 34 anni sono stati elaborati da Eurostat e pubblicati sul volume Key Data on Education in Europe 2009, reperibile anche in rete http://www.eurydice.org

Il dettaglio della valutazione della percentuale dei laureati è riportata nella tabella che segue:

 

 

Numero

% cittadini nella fascia d’età per la maturità/diploma

Cittadini nella fascia d’età per la maturità/diploma:

636 0001

100%

Studenti Diplomati/Maturati

485 3001

76,3%

Immatricolati all’Università a. a. 2004-05

332 0002

52,2%

Studenti laureati nel 2007-08

174 0003

27,3%

  1. 1.Eurostat, UOE, Key Data on education in Europe 2009, p. 249, ISBN 978-92-9201-033-1, http://www.eurydice.org
  2. 2.I numeri dell’Università, edizione 2009 http://www.istat.it/lavoro/unilav/
  3. 3.Fonte: Miur

Le previsioni sui livelli di occupazione relativi alla facoltà di medicina sono tratte da un articolo dal titolo I nobel contro il numero chiuso nazionale, «La Stampa», 26 ottobre 2009 (Nobel contro numero chiuso).



Allegati:
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