| Quale valutazione per la didattica universitaria? |
| Insegnare / Ricercare - Analisi |
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Andrea Stella 14.09.11 |
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Accountability Per gestire organizzazioni e strutture complesse, operanti nei settori dei servizi di pubblica utilità rivolti alla persona (quali sanità, assistenza, istruzione, ecc...), si vanno sempre più affermando criteri e metodi di valutazione in grado di garantire la qualità dei processi, dei servizi e dei prodotti. L’impostazione, che storicamente nasce in ambienti di tipo aziendalistico, è ormai prassi consolidata nei maggiori paesi industrializzati e richiede che alla tradizionale valutazione ex-ante delle risorse disponibili (umane, strutturali, logistiche, finanziarie....), venga affiancata una valutazione ex-post dei risultati conseguiti, fondata su idonei indicatori di tipo statistico. Tale tipo di valutazione, oltre a verificare se le organizzazioni sono in possesso dei requisiti necessari, determinati a priori in funzione della tipologia del servizio offerto, accerta l’esistenza e il rispetto di procedure predeterminate e ne valuta gli esiti finali. Valutare ex post Per quanto detto, per assicurare la qualità della formazione superiore è necessario procedere secondo modelli che prevedono una valutazione ex post condotta da un ente terzo, indipendente sia dall’università sia dal ministero, dai cui esiti devono derivare azioni correttive ed anche conseguenze premiali o sanzionatorie. Si tratta perciò di avviare processi di valutazione articolati, certamente onerosi, che prevedano l’auto-valutazione interna e la valutazione esterna, secondo modalità conformi a consolidati modelli internazionali di Assicurazione della Qualità (Quality Assurance). Peraltro tale era l’impegno che l’Italia aveva assunto a conclusione dalla Conferenza dei ministri europei responsabili per la formazione superiore, tenuta a Berlino nel 2003. Dall’azienda all’università Applicare alla didattica universitaria criteri e metodi di valutazione mutuati direttamente da quelli messi a punto per applicazioni aziendali non è banale e per molti aspetti non è neppure possibile, perché valutare processi di pubblica utilità rivolti alla persona, come sono i processi formativi e i risultati di apprendimento, è ben diverso e più complesso che valutare processi e prodotti industriali. Per erogare la propria didattica gli atenei, come ogni struttura produttiva, utilizzano determinate risorse; tra esse rientrano il personale docente e tecnico amministrativo, i beni strutturali, come le aule e i laboratori, le attrezzature e le risorse finanziarie. Il processo produttivo della didattica universitaria consiste nel tradurre le risorse disponibili in lezioni, esercitazioni, ore di laboratorio, esami, tesi di laurea, servizi amministrativi e tecnici legati all’insegnamento e laureati che, nel loro complesso, costituiscono il risultato di tipo “aziendale”. I risultati derivanti dall’impiego delle risorse possono essere misurati in termini di ore di lezione, di laboratorio, numero dei laureati, etc. e da tali misure si possono costruire indici riferiti a processi, strutture, risultati, per misurare la produttività degli atenei, estrapolando tecniche aziendalistiche tipiche dei processi industriali. Valutare i soggetti Ma la valutazione della didattica è un processo ancora più complesso perché riguarda non oggetti passivi, come avviene in un processo industriale, ma soggetti che sono parte attiva del processo d’apprendimento e che con il loro comportamento ne determinano gli esiti; vanno perciò attentamente considerati i molteplici altri aspetti che condizionano i risultati, tra i quali la preparazione iniziale dei singoli studenti, la loro soddisfazione e il grado di effettiva disponibilità, derivante ad esempio dal fatto che si tratti di studenti lavoratori o da altri fattori quali il pendolarismo o l’interruzione temporanea degli studi per motivi vari, inclusi quelli parentali. Per quanto detto, oltre a considerare l’entità delle risorse impiegate dai singoli atenei, occorre quantificare il risultato della didattica in termini di valore aggiunto a livello del singolo studente, a partire dalla preparazione iniziale e tenendo conto delle caratteristiche individuali. Aspetti interni della valutazione Per una esaustiva valutazione della didattica universitaria è necessario tenere conto sia dei processi messi in atto sia dei risultati del processo formativo, valutabili in termini di raggiungimento degli obiettivi e di congruità delle risorse impiegate per raggiungerli. È pertanto necessario tenere conto di una molteplicità di aspetti, alcuni dei quali sono interni al sistema universitario e altri esterni ad esso.
Tali aspetti costituiscono una diretta e immediata responsabilità dell’ateneo che vi può intervenire in modo tempestivo ed efficace.
Efficienza ed efficacia della didattica universitaria Recenti normative italiane richiamano frequentemente l’esigenza di incrementare l’efficienza e l’efficacia nell'utilizzo delle risorse del sistema universitario nazionale. - l’efficienza interna all’università considera la regolarità dei processi formativi e il numero di laureati rispetto agli immatricolati (abbandoni, inattività, anni per conseguimento del titolo) rapportati alle risorse impegnate (docenti per studente, laboratori, posti studio per studente, ecc.). - L’efficienza esterna all’università considera il reddito dei laureati rapportato all’investimento per il conseguimento del titolo. - L’efficacia interna all’università considera la soddisfazione degli studenti per la qualità dei singoli insegnamenti o per l’intero corso di studi, nonché le votazioni come misura dell’apprendimento. - L’efficacia esterna all’università considera la soddisfazione dei laureati per la condizione lavorativa, ovvero per le competenze acquisite e le conseguenti possibilità di lavoro, il loro tasso di occupabilità e la soddisfazione della società e dai datori di lavoro per il valore restituito dai laureati.
In generale il progressivo valore aggiunto accumulato in termini di capacità intellettuali può essere valutato sia all’interno del sistema universitario durante il percorso universitario o alla laurea, come grado aggiuntivo di conoscenza acquisita (valutazione interna) o, più coerentemente in termini di risultati di apprendimento (learning outcomes) dopo la laurea, sulla base dell’aumento delle opportunità nel mercato del lavoro (valutazione esterna). Vale la pena sottolineare infine che nella valutazione della didattica è necessario tenere presente che non tutti i corsi hanno le stesse finalità e diverse sono le attese e le aspettative in essi riposte da parte degli studenti e dal mondo del lavoro. Ad esempio le lauree e le lauree magistrali, essendo segmenti formativi che rispondono a esigenze differenti, vanno valutate con criteri diversi; ancora diverse sono le motivazioni, le aspettative e le attese riposte nei corsi universitari di perfezionamento e aggiornamento professionale ai quali accedono, di norma totalmente a proprie spese, soggetti molto determinati nel fare un investimento in conoscenza dal quale si attendono un adeguato ritorno. Valutazione e premialità Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) degli atenei prevede da qualche tempo una quota premiale legata alla loro efficienza ed efficacia. Il proposito di legare parte del finanziamento alla qualità dell’offerta formativa e ai risultati dei processi formativi va vista certamente in maniera favorevole e va incoraggiato; tuttavia l’applicazione che se ne è data sinora, e da ultimo con il DM 21 dicembre 2010 n. 655 per ripartire il FFO 2010, appare assai limitativa e deludente. Dei quattro indicatori previsti due sono stati “sospesi” e i due utilizzati riguardano la regolarità degli studi, monitorata mediante l’acquisizione di CFU da parte degli studenti; di fatto si è fatto ricorso esclusivamente a indicatori di efficienza didattica interna e a nessun indicatore che riguardi gli aspetti esterni. È evidente che una valutazione tanto riduttiva di un processo così complesso come è quello della formazione superiore può indurre gli atenei a largheggiare in sede di verifica del profitto dei propri studenti per renderne più regolare la progressione negli studi. Criticità e proposte La Legge 30 dicembre 2010, n. 240, nota anche come Legge Gelmini, pur nel lodevole tentativo di ridisegnare in maniera più razionale la governance degli atenei, ha completamente dimenticato di affrontare in maniera organica il tema della didattica; una vera e propria amnesia legislativa. È stata cancellata la facoltà, che da sempre ha costituito la struttura portante della funzione didattica; è stata creata un’ambigua struttura di coordinamento della didattica, neppure obbligatoria e in ogni caso priva di ogni sostanziale potere; è stata attribuita la responsabilità della funzione didattica ai dipartimenti, totalmente eterogenei tra loro su base nazionale; è stata perfino cancellata ogni valutazione sulla competenza didattica nel reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Davvero non si comprende chi e in che modo potrà farsi carico, con la necessaria competenza, dei complessi aspetti relativi alla didattica; e non c’è dubbio che tra i più urgenti nodi da affrontare vi sia quello di avviare una seria e generalizzata valutazione della didattica universitaria.
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