Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Emanuele Greco
Passato / Presente - Analisi
Fausto Longo    24.11.10

intervista_grecoQualche anno fa Salvatore Settis ha pubblicato un libro per Einaudi dal titolo Futuro del classico nel quale ha cercato di spiegare il significato e la funzione della classicità nei tempi di formazione delle nazioni occidentali e, allo stesso tempo, di ipotizzarne il valore per la società di domani. Ogni cultura interpreta il passato con gli strumenti e le necessità del proprio tempo. Oggi gli studi classici - e quindi l'archeologia del mondo greco e romano - vivono una profonda crisi d'identità nonostante un crescente interesse nella società nei confronti dei Beni Culturali. Tu hai insegnato a lungo all’Istituto Orientale di Napoli prima di diventare nel 2000 direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, l’unico istituto di archeologia che l’Italia può vantare all’estero. Dalla tua esperienza di docente e poi da questo tuo osservatorio privilegiato ateniese potresti descriverci la situazione degli studi classici

 Se rispondessi di si alla tua domanda potrei essere subito accusato di presunzione. L’argomento è di tale vastità da richiedere il concorso di più specialisti, per cui cercherò semplicemente di esprimere qualche punto di vista, ma, come hai detto tu, limitatamente al mio osservatorio, senza pretesa di universalità. Innanzitutto partirei da qualche anno prima dell’uscita del libro di Settis, quando in Europa - e dico in Europa - si è cominciato a ritenere superfluo lo studio del greco e del latino ed in genere della cultura classica nei licei. A quel tempo (circa 15 anni fa) circolò in difesa degli studi classici un appello firmato da vari intellettuali (pensa che l’argomento era tale che l’appello fu firmato insieme da J. de Romilly e da J-P.Vernant, come dire il diavolo e l’acqua santa, e poi ripreso in Italia da Canfora nella sua rivista «Quaderni di Storia»). Ci sarebbe da chiedersi alla fine di quale percorso epistemologico ministri della Pubblica Istruzione, anche di sinistra, com’è successo da noi (e non solo in Italia), siano arrivati a conclusioni non dissimili da chi ritiene le famose “tre i” il fondamento di una moderna ed efficace paideia. Ma così è. Mi pare necessario partire da questo dato, per arrivare a quella che tu hai chiamato «profonda crisi d’identità». Se non viene riconosciuta l’utilità sociale di quel percorso didattico, è difficile che lo studio venga poi coltivato con la stessa intensità di chi ritiene di fare qualcosa di serio e veramente necessario per la comunità. A chi mi chiede a cosa servano gli studi classici, le lingue morte, la cultura ammuffita, rispondo, banalmente (ma purtroppo oggi siamo ben al di sotto del livello di guardia definibile come banale!) che in primo luogo servono a formare buoni cittadini… non tutti devono diventare professori di greco o direttori di musei… ma con una buona cultura classica si diventa anche ottimi medici, come insegna la storia, per non parlare di tante alte professioni, a cominciare dalla nostra classe politica, a gran parte della quale non farebbe difetto leggere Aristotele ed Orazio, per esempio.

 Ma per l’archeologia il discorso è diverso, pur essendo collegato a quello che hai abbozzato finora. 

 Si, il discorso è effettivamente diverso in quanto l’archeologia è oggi una pratica sempre più spettacolare, poco intellettuale, piuttosto vuota, priva di contenuti e domande storiche, del resto difficili da formulare senza quella cultura di cui lamentiamo la sparizione. Da questo punto di vista tutto ciò è specchio abbastanza fedele del nostro tempo. 

E in Italia? 

A partire dagli anni Ottanta in Italia si è prodotta quella frattura che personalmente continuo a considerare deleteria, tra le scuole di specializzazione ed il dottorato di ricerca; tale frattura si è accentuata dopo le riforme di questi ultimi anni. Le prime devono formare i difensori del patrimonio, quelli che fanno tutela, il secondo si deve occupare dei ricercatori destinati alle carriere universitarie. A mio modo di vedere se uno non studia, non può fare una buona tutela, ma se studia solo, non rende un servizio efficace alla comunità. Continuo a pensare che una est religio in varietate rituum. La comunità - questo è il fattore positivo che si è prodotto negli ultimi quarant’anni, a partire dalla grande stagione delle rivendicazioni sindacali che non riguardavano la pura e semplice sopravvivenza - ha bisogno di consumare cultura, di essere informata, pretende che le ricerche archeologiche finanziate con pubblico denaro siano divulgate e non rimangano patrimonio esclusivo degli addetti a lavori. Giusto. Ma, naturalmente, il principio viene presto snaturato, perché il consumo di massa è un affare e come tale viene vissuto in prima istanza, alla faccia dei contenuti culturali. E non parliamo di certa divulgazione tramite il servizio pubblico! 

Scusa se ti interrompo. Tu parli di consumo di massa e in sostanza dici che l’archeologia e in genere il “passato”, pur di essere appetibile spesso mette da parte i contenuti culturali per andare alla ricerca di grandi scoop e misteri da svelare. Molti studiosi prendono le distanze e si limitano a inviare lettere di sdegno o di protesta a quotidiani o a fare battute in convegni scientifici. Altri colleghi, talora molto affermati, sembrano invece non preoccuparsi di cavalcare il consumo di massa, sebbene provino a mantenere un certo rigore scientifico. Il risultato però non è sempre dei migliori. Se non ricordo male, uno dei tuoi maestri credeva molto nella divulgazione, tra l’altro in un periodo in cui fare divulgazione per uno scienziato voleva dire perdere credibilità nei confronti dei colleghi. Oggi la situazione si è quasi rovesciata. Tu come pensi si possa realmente conciliare la ricerca scientifica - e mi riferisco evidentemente all’archeologia - con la divulgazione nel mondo contemporaneo?

 Non è un mistero che quando si parla di divulgazione cialtrona facciamo riferimento a certe trasmissioni delle RAI di cui non ricordo il nome ma che vanno in onda su RAI2 in prima serata: una vera orgia di extraterrestri, atlantidi ed altre amenità: uno scandalo, ma per chi? Per noi, non per i sanculotti che danzano sotto la ghigliottina, che non sono pochi purtroppo! Si, Mario Napoli, il mio maestro aveva capito per primo l’importanza della divulgazione (corretta, scientificamente controllata) e per questo motivo quel sarapuzio di Gigante, piccolo, odioso e rancoroso, lo ribattezzò «la tromba del truffatore» con uno squallido gioco di parole intorno alla celebre tomba dipinta di Paestum. In quegli stessi anni André Malraux spiegava a un certo Bianchi Bandinelli che la divulgazione era un suo dovere di intellettuale, che doveva uscire dalla turris eburnea. E lui che era un grande capì ed accettò di scrivere quei capolavori che tutti abbiamo letto ed utilizzato. Non so francamente come si possa invertire la tendenza, bisognerebbe che editori di giornali e reti televisive fossero più seri. Ma la marea di sciocchezze è inarrestabile. Anche perché è funzionale ad un numero elevatissimo di consumatori. Di recente una giornalista di «Repubblica» mi ha intervistato a proposito della pretesa scoperta del labirinto a Creta... alla poverina fischiano ancora le orecchie per le mie urla … Il giorno dopo, la notizia delle scoperta da parte di un gruppo di buontemponi viene data a tutta pagina, in basso a sinistra c’è la mia intervista preceduta da un «ma non tutti sono d’accordo» che era veramente pietoso, come dire: ma guarda quanto è pedante costui!

Non voglio distrarre ulteriormente la tua risposta dalla situazione attuale della disciplina e quindi vorrei invitarti a riprendere il discorso che avevi cominciato, magari precisando la tua esperienza di giovane studioso tra gli anni Settanta e Ottanta. Quali sono le differenze con gli ultimi due decenni?   

Alla luce dell’esperienza della mia generazione (mi riferisco a quelli formatasi intorno a Bianchi Bandinelli e ad i suoi alunni al tempo di Dialoghi di Archeologia) noi siamo abituati a partire dalla temperie culturale contemporanea, a riferirci ad essa, a cercare di mettere i nostri studi in sintonia con i grandi dibattiti intellettuali: la storicità dell’arte antica, le società antiche come formazioni economiche e sociali, lo studio delle immagini come rilevatrici di comportamenti sociali, lo studio dei territori e delle città in una prospettiva storica. Certo molti di questi temi e tanti altri che qui non enumero sono al centro ancor oggi degli interessi della comunità scientifica, ma non si vede il quadro intellettuale di riferimento. Anzi, la gran parte degli addetti ai lavori non ne avverte nemmeno la mancanza, e questo è già di per sé altamente significativo. Temo che stiamo tornando ai cataloghi ed a quei poderosi tomi che sintetizzano il sapere, con enormi elenchi, ma senza grandi novità. E non si arresta il fenomeno opposto: le analisi minute e le descrizioni che rendono inutile in archeologia l’invenzione della macchina fotografica.  

Hai ricordato la felice stagione dei Dialoghi di Archeologia che sembra essere del tutto tramontata. Pensi che oggi i più giovani sentano il bisogno di richiamarsi a quell’esperienza e a quella tradizione di studi? C’è un filo che lega l’esperienza dei tuoi maestri a quella dei tuoi allievi? Quali sono gli elementi positivi e quelli negativi che vedi nelle nuove generazioni che tu hai contribuito a formare? In loro, in sostanza, vedi un futuro nella disciplina anche se, come temi, c’è il rischio di un ritorno ad un passato più lontano, ottocentesco, di marca strettamente positivista? 

Non dimenticare che Dialoghi nacque nel 1967 e visse la sua grande  stagione nel decennio successivo, cioè gli anni dopo il ’68… dunque non vedo nessuna possibilità di ricreare quel clima. Tra l’altro i giovani delle ultime generazioni ignorano quel mondo e non conoscono la rivista né sentono il bisogno di leggerla. Nel risponderti rischio di sembrare retorico: la grande differenza sta nel fatto che gran parte di quella generazione era cosciente di partecipare ad un momento di rinascita culturale strettamente connesso con le vicende ed i dibattiti politici che oggi sono assenti. Si, un certo neopositivismo avanza, vedi per esempio il  successo delle cosiddette scienze sussidiarie, le tecnologie così asettiche e poco impegnative, utilissime, per carità, ma non dimentichiamo che sono il mezzo, ed invece spesso diventano il fine. Con Andrea Carandini qualche anno fa abbiamo fondato una rivista che si chiama «Workshop di Archeologia Classica», un tentativo di favorire una ricerca di qualità sui problemi dello spazio. Oggi la rivista soffre per una crisi editoriale, non per motivi culturali, come sai; speriamo di poter continuare a produrla, così come stiamo cercando di tenere in vita con i colleghi dell’Orientale la grande tradizione inaugurata dal d’Agostino con gli Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Tra l’altro, come disse Settis, nella laudatio accademica in onore di Paul Zanker, il nostro tempo è caratterizzato o da estremi (e, aggiungerei, anche noiosi) specialismi o da una superficialità insopportabile (le famose mostre da cui scaturisce il celebra adagio: il sonno della Regione, intesa come assessorati alla cultura, genera mostre).

Come direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene hai visto, e vedi ogni anno, molti giovani: dai dottorandi, ai quali hai dato la possibilità di frequentare con maggiore facilità la biblioteca della Scuola e di partecipare ai seminari e alle lezioni dell’istituto, ai perfezionandi, ricercatori già maturi, anche se disoccupati, che hanno l’opportunità di affinare le loro ricerche, ai giovani laureati che vengono ad Atene per specializzarsi e sperare in un futuro che non sia da precari nelle soprintendenze o nelle università. In questa veste di responsabile di un istituto di grande prestigio che oltre alle attività di ricerca ha il compito di formare le giovani generazioni di archeologi, te la senti di essere ottimista? 

Ad Atene arrivano giovani laureati da ogni parte d’Italia. Quelli che superano l’esame di ammissione, piuttosto selettivo, sono, nella stragrande maggioranza dei casi, bravi e a volta anche molto bravi. Dopo il soggiorno ateniese (fino a poco fa durava tre anni, ora purtroppo solo due) anche quelli in partenza un po’ meno dotati raggiungono ottimi livelli di preparazione (non è un caso che molti ex alunni della Scuola d’Atene abbiano ottenuto una collocazione nelle università o nella soprintendenze, dopo gli ultimi concorsi, per non parlare dei dottorati vinti praticamente da tutti).  Ci sarebbe, insomma, da ben sperare, a giudicare dai giovani, proprio mentre a qualcuno a Roma viene in mente di chiudere la Scuola, un’autentica perla del nostro ordinamento (tanto è vero che è unica!), ma non funzionale alla cultura della praticità, perché improduttiva. Bisognerà lottare per evitare la sciagura di avere domani solo cittadini simili a quelli che la televisione trasforma in eroi, quanto più sono analfabeti.

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