| Le speranze dei trentenni |
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Emanuela Annaloro 16.05.10 |
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Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Einaudi, Torino 2009
Ad una prima lettura del romanzo si notano due aspetti. Il primo riguarda la continua sovrapposizione (a tratti troppo facile) di ambito pubblico e sfera privata. Il secondo aspetto riguarda invece il rapporto che intercorre fra passato e presente. Dal primo aspetto deriva il tono disforico e l’atteggiamento depressivo dei personaggi, ovvero la loro «tristezza» sintetizzata nel titolo. Dal secondo aspetto scaturisce invece la caratterizzazione generazionale di Sam, Keith e Mark; si tratta infatti di «giovani» che guardano al passato con un misto di ammirazione e impotenza. Si direbbe che sono nani schiacciati dai giganti. Ad una lettura più attenta si notano altri elementi che sfumano le prime grossolane impressioni. Intanto i continui paragoni fra Storia e storie non giocano solo a svantaggio delle seconde. La ripetuta giustapposizione di vicende private e di sfera pubblica, infatti, da un lato minimizza le prime, dall’altro però mostra l’inaccessibilità della seconda. Usando e a volte abusando di stilemi ironici e ad effetto, Gessen sembra dirci insomma che nella nostra storia c’è una grandezza che non può più essere attinta e una piccolezza consapevole di essere tale che non può ancora essere superata. Il tono ironico-disforico lascia quindi trapelare una tensione. Ancora più articolato è il rapporto fra giovani intellettuali e tradizione, o se si preferisce, fra giovani e maestri. Dai primi passi compiuti nel campo intellettuale da Mark, Sam e Keith emerge il loro iniziale spaesamento: ci sono grandi e piccoli maestri di cui istintivamente ammirano la lezione senza tuttavia riuscire a reinterpretarla. Si tratta dei maestri del pensiero democratico (come Abraham Lincoln per Keith), del pensiero antagonista (come l’ebreo antisionista Lomaski per Sam), o più modestamente dell’impegno intellettuale serio e quotidiano (come il relatore della tesi di Mark). Ci sono poi i cattivi maestri. Si tratta degli intellettuali quarantenni e cinquantenni (di cui nel romanzo è chiara espressione il brillante Morris Binkel) che accomodati sulle rovine danno seguito alle loro carriere. La loro lezione, sentita come ben più accessibile, è esplicitamente rigettata. Al loro successo, fa intuire Gessen, seguirà l’oblio. I tre personaggi - volti diversi di una medesima condizione - seguono pertanto un’identica parabola: escono da un’adolescenza prolungata invecchiati ma non induriti, subiscono ferite narcisistiche e fallimenti sentimentali, sperimentano senso di precarietà e di frustrazione; eppure, ad una nuova curva della storia (l’elezione di Obama), si slanciano con una spontaneità sorgiva - la stessa che si riscontra nella cifra stilistica assunta da Gessen - verso un rinnovato impegno. Lo sfascio da cui provengono, direbbe Fortini, è per loro un principio ben più che una fine. |
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Commenti
A mio parere il finale è solo apparentemente ottimistico. Un unico esempio: Mark che rimane titubante fino in fondo - conseguire il dottorato o partire?
Alla fine parte, ma perché? Perché ha davvero deciso, perché ha paura, perché non sa cosa fare se non posticipare?
Il romanzo di per sé ha dei limiti, secondo me evidentissimi proprio per quel che riguarda la costruzione dei personaggi, ma è interessante proprio la condizione di incertezza e non-definizione che li caratterizza. Sono d'accordo con lei sulle parabole parallele che contraddistingu ono i tre, ma non vedo il principio dopo la fine: a mio parere il finale è solo fintamente ottimista, ed è invece estremamente ironico. Velleitario, direi.