| La lezione laica e tenace di Said |
| Sapere / Potere - Biblioteca |
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Emanuela Annaloro 25.05.10 |
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Edward W. Said, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il Saggiatore, Milano 2007
I primi due capitoli descrivono l’ambito degli studi umanistici e prendono a bersaglio da un lato il discredito a cui oggi sono soggetti tali studi, dall’altro le piccole èlite intellettuali arroccate su posizioni aristocratiche di “salvaguardia” del patrimonio culturale occidentale. Nel terzo capitolo l’autore propone un Ritorno alla filologia, intesa come il cuore stesso dell’umanesimo perché basata sulla critica rigorosa dei testi letterari, sul rispetto della verità e sul confronto civile delle posizioni. Segue un capitolo molto bello dedicato a uno dei più grandi filologi esistiti, Erich Auerbach, di cui si commenta il capolavoro: Mimesis. Infine nel quinto capitolo, Said discute del Ruolo pubblico degli scrittori e degli intellettuali, cui affida tre compiti di lotta: 1) di proteggerci dalla scomparsa del passato, 2) di costruire «campi di coesistenza in luogo di campi di battaglia», 3) di essere i depositari di una «contromemoria» che non permetta alla coscienza «di distogliere lo sguardo o di addormentarsi» (p. 163). Umanesimo e critica democratica è un libro diretto, netto, polemico e coraggioso. Vi si possono leggere convincimenti chiari e prese di posizione forti: «l’umanesimo è l’esercizio della facoltà di ognuno, attraverso il linguaggio, per capire, reinterpretare e cimentarsi con i prodotti della lingua nella storia, in altre lingue e in altre storie» (p. 57), o interrogativi pressanti e ineludibili: «quella americana è una società di immigranti, composta ora meno di nordeuropei che di latino americani, africani e asiatici. Perché questa realtà non dovrebbe riflettersi nei “nostri” valori tradizionali e nella “nostra” eredità?» (p. 50). Per Edward Said la pratica umanistica è una parte integrante del nostro mondo e non un abbellimento o una nostalgica rievocazione del passato. L’umanesimo è insomma «un’attività mondana» che può andare oltre gli spazi privati e i confini di un’aula per divenire una «tecnica di disturbo» volta alla demistificazione degli orizzonti dominanti e all’individuazione di nuove prospettive. Lo stesso può dirsi della sua lezione laica e tenace che non dimenticheremo. |
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