| L’autonomia incompiuta. Incongruenze e proposte sulla gestione finanziaria degli atenei |
| Sapere / Potere - Proposte |
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Giorgio Donsì 13.02.11 |
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L’autonomia finanziaria delle università pubbliche, sancita con la legge 537 del 1993, e oggi celebrata come una grande conquista, incideva sull’organizzazione economico-finanziaria delle università attraverso l’istituzione di un nuovo capitolo di spesa ministeriale, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), da ripartire tra gli atenei italiani. Tale capitolo includeva le spese istituzionali, incluso il personale, che precedentemente gravava in modo diretto su di un capitolo del Tesoro, l’ordinaria manutenzione e la ricerca scientifica. Già questa innovazione partiva con alcune pesanti limitazioni. Citerò soltanto due gravi incongruenze che invalidano, a mio avviso, anche l’intero processo di valutazione gestionale degli atenei:
L’autonomia inaugurata nel 1993, con l’azione combinata ed impropria di leggi finanziarie, prevedeva di fissare una quota di FFO per ciascun ateneo, legandola essenzialmente al numero di docenti in servizio ad una certa data. Inutile ricordare che le cadenze concorsuali rarefatte e la naturale migrazione di docenti verso le grandi sedi metropolitane portavano all’accrescimento del numero di docenti in servizio presso tali sedi, mentre in quelle periferiche gli organici si depauperavano. Riferirsi al personale in servizio significava quindi cancellare in un sol colpo le esigenze, rappresentate dai posti scoperti in organico, di numerosi sedi universitarie, riconoscendo invece anche le eccedenze di sedi che avevano tesaurizzato i trasferimenti in entrata, favoriti, ad esempio, da norme che riconoscevano il diritto di chiamata di trasferimenti in deroga dai termini normali per «corsi di studio di nuova istituzione», e ciò indipendentemente dalla ratio della nuova istituzione. Un’autonomia finanziaria apparente L’incongruenza principale che ancor oggi scontiamo riguarda però il concetto stesso di “Ente pubblico” e l’inquadramento normativo ed economico del personale docente e tecnico-amministrativo all’interno degli atenei. Mantenendo (come peraltro richiesto maggioritariamente dai dipendenti) l’inquadramento preesistente delle diverse categorie di personale, si demandava alla legge nazionale il trattamento economico dei docenti ed al Contratto Nazionale di Lavoro quello del restante personale tecnico e amministrativo. In questo modo le cosiddette “spese fisse” degli atenei, costituite prevalentemente dagli stipendi del personale, pur rientrando in un budget complessivo prefissato, venivano sostanzialmente regolate da normative esterne all’università di appartenenza. In particolare, a parità di organico, la crescita dei costi del personale non era controllata dall’ateneo titolare del budget. Era dunque prevedibile che anche in assenza di dissennate operazioni di incremento dell'organico, il semplice avanzamento automatico di anzianità o contrattuale delle retribuzioni avrebbe portato fuori controllo il monte totale di spese fisse. Naturalmente finché il FFO attribuito dal Ministero alle università ha avuto un minimo di trend crescente, il problema è stato risolto, anche grazie al livello molto contenuto degli aumenti retributivi riconosciuto alle diverse categorie del personale universitario. Il blocco, e ancor più la riduzione del FFO avvenuta nell’ultimo anno e prevista anche per gli anni futuri, ha invece reso critico questo problema, soprattutto per gli atenei più giovani, in cui le cosiddette ricostruzioni di carriera riconosciute qualche anno dopo l’immissione in ruolo dei docenti possono essere molto onerose, specie in assenza di pensionamenti. I vertici accademici e l’autonomia Senza voler approfondire tutte le conseguenze economiche di quanto avvenuto in questi anni nelle nostre università (come l’esplosione delle differenze di risorse attribuite alle università in base alla semplice collocazione geografica “attrattiva”, all’anzianità in ruolo dei docenti o all’esuberanza degli organici storici), vorrei solo menzionare un ulteriore elemento di degenerazione del tessuto di governo delle università legato ad un’autonomia finanziaria degli atenei solo apparente. Mi riferisco al ruolo ed alla rappresentatività dei vertici accademici, ovvero ai rettori e alla Conferenza dei Rettori. Due modelli per un’effettiva autonomia finanziaria L’attuazione di un’autonomia finanziaria effettiva dovrebbe essere il primo passo verso la riqualificazione del livello scientifico e didattico dei nostri atenei. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente che per essere realizzata impone una scelta chiara tra due modelli di gestione:
Si tratta ovviamente di due alternative che rappresentano i limiti di tendenza di due diverse ideologie attuate da altri sistemi universitari, e quindi di pari dignità intellettuale. É però chiaro che il primo modello mal si adatterebbe alla nostra tradizione di università. E tuttavia la scelta coraggiosa e coerente tra uno di questi modelli di gestione sarebbe già un incommensurabile passo in avanti verso la responsabilizzazione e la riqualificazione delle nostre università. |
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